da "Blackinradio.it"
blackinradio.jpgDa Art Blakey alle sonorità mediterranee
(di Pierpaolo Faggiano)

Ha esordito in un disco di chiara matrice free, ma subito dopo ha legato la sua esperienza al "Jazz Air Trio" del pianista Nico Morelli, che ha scelto un linguaggio più vicino alla tradizione, sia pur filtrata attraverso un'ottica contemporanea. Enzo Lanzo, batterista tra i più attivi sulla scena pugliese, non sopporta le etichette, nè i rigidi schematismi: "Ogni musicista deve sentirsi libero di potersi esprimere in qualsiasi ambito stilistico" dice.
Nato a Fragagnano (Ta) nel 1957, si avvicina alla musica studiando canto e pianoforte presso il liceo musicale "Paisiello" di Taranto. Frequenta vari corsi di musica jazz: a Ravenna con Jon Christensen e Pierre Favre; a Poitiers, in Francia, con Adam Nussbaum, John Abercrombie, Gary Peacock ed Adam Nussbaum; a Siena con Roberto Gatto ed Ettore Fioravanti. Dal 1985 svolge un'intensa attività concertistica in tutta Europa, collaborando con i grandi nomi del jazz made in Italy. "L'esperienza che più mi ha arricchito? Quella con il gruppo di Enrico Rava del '91-'92, con il quale ho girato mezza Europa, che comprendeva alternativamente Rita Marcotulli, Giovanni Maier, Enzo Pietroaoli e Battista Lena".

Come nasce il Enzo Lanzo batterista?
Nasce ascoltando molta musica leggera, verso la metà degli anni '70. Da piccolo passavo le ore davanti al televisore, affascinato dai programmi musicali dell'epoca ("Canzonissima", "Senza rete", "Sanremo") e ascoltavo in continuazione una vecchia radio che avevo in casa. Poi sono venuti i primi gruppi musicali con gli amici, in cui si suonava la musica leggera, dai Pooh alla Formula 3. Ad un certo punto, però, i nostri gusti musicali si sono fatti più complessi e siamo passati alla Premiata Forneria Marconi e ai New Trolls.
E l'incontro con il jazz?
Nasce per puro caso. Era la metà degli anni '70, e con il mio gruppo dell'epoca, "Caffè Trio", mi trovavo a Taranto, all'Hotel Palace. Nell'intervallo tra un set e l'altro, il dj mette una cassetta per intrattenere il pubblico. Ad un certo punto, vengo colpito dal suono di una tromba, bellissimo, pulito. Chiedo chi fosse quel musicista, ma nessuno sa darmi una risposta! Rimango così colpito da quel suono che alla fine della serata decido di rubare quella cassetta, che ancora conservo. Chi fosse quel musicista straordinario l'ho scoperto dopo, attraverso una mia ricerca: era il Miles Davis di "Tune up" del 1953, con Dave Shilkraut, Horace Silver, Pearcy Heath e Art Blakey . Il brano che mi aveva fulminato era "Four".
Viene logico pensare, quindi, che Blakey sia stato uno dei tuoi primi modelli. Quali sono gli altri maestri che hanno segnato il tuo percorso artistico?
Da Blakey non può prescindere nessun batterista, perchè è stato un grande maestro. Personalmente ho iniziato un percorso a ritroso che mi ha portato a scoprire i grandi batteristi degli anni '20 e '30, tra i quali Gene Krupa. Poi sono arrivati Max Roach, Philly Jo Jones, Elvin Jones e infine Roy Haynes. Attraverso lo studio di questi musicisti, che considero essenziali dal punto di vista della didattica, sono arrivato a scoprire i batteristi europei (Tony Oxley e Paul Lovens in particolare), che rappresentano un'esperienza molto differente. Sono dei batteristi nel senso più ampio del termine, con una tavolozza timbrica molto più ampia della batteria. Se i primi li considero essenziali per lo studio, questi ultimi lo sono altrettanto dal punto di vista dell'ispirazione.
Il tuo esordio da leader risale al 1996, con il progetto "Rondonella", che ha avuto lusinghieri apprezzamenti dalla critica specializzata europea. Ci racconti come è nato?
L'idea è nata dal presupposto di recuperare le mie radici, di capire qual'era la strada che volevo intraprendere. Ad un certo punto, suonando come sideman in vari contesti, mi sentivo smarrito, senza identità, ed anche lo strumento sembrava non avere un "suo" suono. Ho cominciato così a scrivere mie composizioni, rielaborandone altre della tradizione popolare, attraverso le quali la batteria ha cominciato a "respirare", ad avere un suono diverso, grazie anche all'uso di percussioni di carattere autoctono (tammorre, tamburi a sonagli). Molto importanti per la mia ispirazione sono state in quel periodo le esperienze della musica europea, dagli anni '50 ad oggi, in particolare quella russa. Grazie all'Europa Jazz Festival di Noci, poi, ho avuto modo di conoscere meglio musicisti straordinari come Sergey Kuryokhin o Vyacheslav Ganelin.
La ricerca continua? A quando un nuovo disco?
La ricerca continua ovviamente, ed ho in cantiere un nuovo progetto con Lauro Rossi e Giovanni Maier - "Abakwa", dal nome di un pattern usato da percussionisti africani, ma anche di una religione animista nigeriana - attraverso la quale voglio addentrarmi in una situazione più scarna, più pulita dal punto di vista armonico.
Molto importante è stato anche il tuo lungo sodalizio con Nico Morelli e Paolo Ghetti nel "Jazz Air Trio"...
Sì, è stata un'esperienza molto bella, diversa dal contesto in cui opero abitualmente, più legata alla tradizione. Attualmente il trio è fermo per i tanti impegni di Nico all'estero, ma non è detto che non possa riprendere a suonare.
Quando componi prediligi l'aspetto ritmico o melodico?
Prediligo un fatto di cronaca, innanzitutto, un qualcosa che viene dalla realtà che mi circonda. L'aspetto ritmico o melodico vengono dopo, ispirati da tutto quello che mi accade intorno. Una mia composizione ad esempio, "The bombs", è nata durante i giorni della guerra in Afghanistan ed ha una forte componente drammatica, legata a quell'esperienza.
Musica e impegno sociale: uno slogan caro al jazz politicizzato degli anni'70. Come giudichi quella stagione, alla luce di tanto revisionismo storico?
La giudico in maniera molto positiva, non solo perchè dal punto di vista musicale ha dato vita ad opere di indiscusso valore, ma anche perchè secondo me ha gettato le basi per creare una nuova figura di "artista", che non può prescindere dal contesto culturale, sociale e politico in cui vive. Ogni artista - e il jazzista è un artista tout-court - dovrebbe sentirsi ispirato dal mondo che lo circonda. Dico dovrebbe, perchè credo che oggi questo senso di appartenenza si sia un po' smarrito.
Che significa essere jazzista in Italia?
Domanda complicatissima. Diciamo che significa tante cose e niente allo stesso momento. Essere jazzista in Italia equivale a dire: essere un pittore, un poeta, un professionista qualunque con tutti i i pro e i contro che questo tipo di scelta comporta. Viviamo ormai in una società proiettatta solo ed esclusivamente verso il mercato, verso il profitto, verso la conquista del consenso a tutti i costi e a questo meccanismo e alle sue regole non si sottrae il "jazzista in Italia". Bisognerebbe inventare una musica creativa di consumo? Ma forse non sarebbe l'Italia il posto dove venderla. Essere jazzista in Italia significa anche andare a lavorare all'estero, e penso a quanti miei colleghi hanno optato per questa soluzione, tra i quali proprio Nico Morelli. Essere jazzista in Italia è anche - nel 70% dei casi - lavorare dopo gli americani. Essere jazzista in Italia è anche trovarsi molte volte di fronte ad un pubblico con un retroterra culturale lacunoso nei confronti di quello che sta ascoltando. Significa inoltre sentirsi rispondere dagli addetti ai lavori (organizzatori di festival, promoters): "ma tu suoni una musica strana, suoni free, non credo che il pubblico apprezzerebbe…". E questo tipo di osservazioni arrivano a volte anche da parte di colleghi musicisti. Essere jazzista in Italia significa, ancora, subire un livello di stato sociale molto basso, a differenza degli altri paesi dellUnione Europea, in cui il musicista è più tutelato. Insomma, non è il massimo essere jazzista in Italia, ma questa professioone è troppo bella e l'amore per la musica troppo grande..."
Dopo lo sfogo, una domanda meno impegnativa: citami cinque dischi che porteresti con te sull'isola deserta.
Domanda più complessa di quella precedente... "African River" di Abdullah Ibrahim, "Kind of Blue" di Miles Davis, "A Love Supreme" di John Coltrane, e, tra gli italiani, "Free to Dance" di Marcello Melis e "Animals" di Enrico Rava, disco quest'ultimo che amo particolarmente.
 
< Prec.
batteria.jpg

News

La Batteria Strumento per... "Tamburi e Griot" Gli Stili ed il Drumming dei Batteristi Jazz”
Saggio sugli stili dei più grandi maestri della batteria: Papa Jo Jones, Philly Jo Jones, Art Blakey, Max Roach, Roy Haynes, Tony Williams, Jack De Jhonette. Lo stile di questi maestri attraverso la trascrizione di 200 assoli tratti direttamente dai dischi, 26 pubblicati nel presennte saggio.
 
 “Quaderno di Batteria per Bambini"
100 pagine. Trattasi di un Metodo per batteria rivolto a bambini fino a nove/dieci anni, che iniziano lo studio dello strumento. Distribuzione propria.
 
© 2019 Enzo Lanzo -
www.genera.tv